Ecco come stanno vendendo L’Italia al Mes

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L’Esm, l’European Stability Mechanism, ribattezzato in italiano Mes, è il meccanismo di stabilizzazione finanziaria creato nel 2011 per far fronte agli choc innescati dalla crisi del debito sovrano nell’Eurozona. Nato dalle modifiche al Trattato Europeo approvate il 23 marzo 2011 ha sostituito il Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) ed è oggi presieduto dal tedesco Klaus Regling, in scadenza tra due anni. Per stabilizzare la zona euro, il Mes mette a disposizione risorse finanziarie ai Paesi in difficoltà ma a determinate condizioni.

A chi si chiede cos’è il MES potremmo dunque rispondere definendolo un meccanismo volto a mantenere la stabilità finanziaria della zona euro. Esso è regolato dalla legislazione internazionale e, come organizzazione, ha una propria sede a Lussemburgo.

Per capire come funziona il MES possiamo suddividere la sua azione in tre fasi distinte:

  1. Lo Stato in difficoltà avanza al Presidente del Consiglio dei governatori del fondo salva-Stati richiesta di assistenza.
  2. Il MES chiede alla Commissione UE di valutare lo stato di salute del Paese che ha chiesto aiuto e di definire il suo fabbisogno finanziario. In questa fase l’esecutivo comunitario e la BCE (e se necessario il FMI) analizzano se la crisi di quello Stato può contagiare il resto dell’Eurozona.
  3. Dopo la valutazione, l’organo plenario del MES decide di agire e aiutare il Paese in difficoltà (il tutto più o meno nell’arco di 7 giorni dalla data di presentazione della richiesta formale di assistenza) con prestiti.

Forza Italia all’attacco: “La riforma è contro il Paese”

«L’Italia ha una quota del Fondo del 17,7%, pari al peso economico del nostro Paese nell’eurozona, che corrisponde a un capitale versato di 14,3 miliardi di euro su un totale di 80,5. Il Fondo può emettere bond per raccogliere sul mercato risorse, garantite pro-quota dagli Stati, fino a 705 miliardi. L’Italia, dunque, garantirebbe risorse fino a 125 miliardi».

«Ecco quello che non convince», prosegue Tajani. «È previsto che le decisioni del Fondo avvengano a maggioranza e non all’unanimità. Questo avvantaggia i Paesi più forti, Germania innanzitutto. Senza unanimità, i soldi di uno Stato possono essere usati anche qualora lo stesso Stato abbia votato contro. Insomma, i soldi degli italiani potrebbero essere usati anche contro la volontà dell’Italia per risolvere i problemi di altri Stati. La natura intergovernativa esclude la presenza delle Istituzioni Ue (con la sola Commissione europea chiamata a dare parere tecnico). Mancano strumenti di controllo efficaci, democratici e trasparenti, mentre ci sono troppi poteri inappellabili concentrati nella figura del Direttore Generale».

Insomma, il Mes così com’è non può essere accettato e bisogna modificarlo profondamente. «Ecco cosa serve: Mes controllato dal Parlamento europeo e ampio pacchetto di riforme», sottolinea Tajani. «Il Parlamento europeo, unica istituzione direttamente eletta dai cittadini europei, si è sempre battuto per trasformare il Mes in un Fondo monetario europeo, da integrare nei Trattati e nelle istituzioni Ue. Questo proprio per dare al Parlamento stesso un forte potere di controllo. Obiettivo: tutelare, in un momento di crisi, l’interesse generale e non far prevalere quello di uno Stato su un altro. Non a casa il 14 marzo 2019 l’Aula di Strasburgo ha votato con il sostegno di Forza Italia una risoluzione che ha ribadito questi principi irrinunciabili».

La posizione di Mariastella Gelmini

Mariastella Gelmini si allinea alla posizione di Tajani, critica senza pregiudizi antieuropei. «Perfetta l’analisi di Antonio Tajani. Non si può in alcun modo correre il rischio che le risorse versate dal nostro Paese vengano utilizzate senza il voto favorevole dell’Italia. Per noi questo trattato è al momento invotabile e il governo deve pretendere dall’Ue la riapertura del negoziato». Renato Brunetta fa notare come esista il rischio che gli investitori possano farci scontare una possibile crisi di governo. «Per questo è quanto mai necessario che tutte le forze politiche mantengano un tono di responsabilità, cercando di arrivare a una risoluzione il più possibile unitaria, espressione di un Parlamento sovrano, che faccia intendere come l’Italia intenda essere protagonista del processo riformatore europeo».

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