Ex Ilva, caso Altoforno 2: 3.500 in cassa integrazione straordinaria

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Il conto sarà salatissimo, e non si tratta semplicemente di costi economici ma anche del bagaglio di aspettative per 3.500 dipendenti dell’ex Ilva: su di loro pende la scure della cassa integrazione straordinaria e l’aria, intorno al caso, è claustrofobica.

Il problema è cosa ne sarà di lavoratori e famiglie, dopo la sentenza con cui il Tribunale di Taranto ha respinto l’istanza di proroga sullo spegnimento dell’Altoforno 2 per la messa a norma (settore finito sotto inchiesta dopo il decesso di un operaio). Sindacati sul piede di guerra contro la posizione di ArcelorMittal.

Lo spegnimento dell’Altoforno 2

Occhi puntati sul termine ultimo per la messa a norma dell’Altoforno 2 dell’ex Ilva di Taranto.

In caso di nuovo sequestro, scatterebbe la procedura di spegnimento e, con essa, l’ingresso di 3.500 lavoratori nel limbo della cassa integrazione straordinaria. È lo spettro della cosiddetta ‘Cigs’, che si materializza dopo il rigetto dell’istanza di proroga allo spegnimento dell’Altoforno 2 da parte del Tribunale di Taranto.

Tra le unità coinvolte figurano anche i 1.273 dipendenti, che sarebbero stati collocati in Cigo, cassa integrazione ordinaria. L’impianto Afo2 fu sequestrato nel 2015, dopo la morte di un operaio, Alessandro Morricella.

Dopo la comunicazione di ArcelorMittal, Fim, Fiom e Uilm sono sul piede di guerra e hanno respinto con forza lo scenario proposto dall’azienda per i 3.500 lavoratori del Siderurgico.

Nella nota dei sindacati, riportata dall’Ansa, si legge quanto segue: “Chiederemo con forza di fare chiarezza su una procedura di cassa integrazione che, di fatto, sostituirebbe l’attuale Cigo per crisi congiunturale con la Cigs facendolo diventare un problema di carattere strutturale“.

Gli scenari conseguenti al rigetto della proroga sull’Afo2 da parte del giudice preoccupano fortemente, e l’orizzonte di un ricorso in appello è praticamente certezza. L’Altoforno 2 è uno dei 3 attualmente operativi nello stabilimento, e per ArcelorMittal, che avrebbe predisposto un piano di spegnimento in 3 step (13 dicembre per Afo2, 30 dicembre per il numero 4 e il 15 gennaio per Afo1), i dipendenti sono troppi.

L’ex Ilva dal 1960 ad oggi

Fondata a Taranto, l’azienda ha iniziato la sua storia sotto il nome di Italsider, nel 1960, per imporsi come colosso della siderurgia fino alla crisi che, dagli anni ’80, avrebbe poi condotto l’acciaieria all’acquisizione del 1995 da parte del gruppo Riva, cambiando il nome in Ilva.

Nel 2012 l’inchiesta per disastro ambientale e il sequestro dell’impianto. Nel 2015 l’avvio dell’amministrazione straordinaria con 3 commissari. Il bando di gara del 2016 per l’assegnazione ha visto in testa la cordata ArcelorMittal – Marcegaglia, e nel 2017 la cessione dello stabilimento all’azienda (da cui si è sfilato il secondo gruppo) si è conclusa.

Nel 2018, nell’era del Conte 1, l’allora ministro dello Sviluppo economico Di Maio ha chiesto indagini sulla procedura di gara all’Autorità nazionale anti-corruzione. Nel novembre 2019, al culmine di un tira e molla con il governo, ArcelorMittal ha annunciato di voler lasciare lo stabilimento, con un piano di ‘addio’ che ha scatenato un’altra aspra battaglia.

Due le motivazioni che avrebbero spinto la multinazionale dell’acciaio a fare il clamoroso passo indietro rispetto all’accordo e a virare sulla scelta di recedere dal contratto.

La prima risiede nel ritiro dello scudo penale (concretizzato con la revoca nel decreto Salva Imprese), cioè l’immunità concessa prima a Ilva in amministrazione straordinaria e poi ad ArcelorMittal.

La garanzia era scaturita dal decreto legge n.1 del 2015 per assicurare una protezione legale ai commissari (gestori dell’azienda) e agli acquirenti futuri in merito all’attuazione del piano ambientale dello stabilimento (che senza lo scudo, di fatto, avrebbe potuto subire contraccolpi giudiziari per vicende del passato in materia di inquinamento, una delle più pesanti criticità intorno all’impianto).

La seconda causa di recesso riguarderebbe alcuni provvedimenti del Tribunale di Taranto che hanno aperto allo scenario dello spegnimento degli altiforni 2, 1 e 4.

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